Stiamo assistendo a fenomeni che fanno ripensare il ruolo e i servizi afferenti alle RSA. Anche le RSA devono cioè sapersi adattare alle mutate condizioni del contesto di riferimento.

Il punto di partenza come sempre e’ l’invecchiamento della popolazione, fenomeno ormai ampiamente e conosciuto e discusso, anche se e’ bene ricordare che l’Istat ci dice che nel 2015 per la prima volta si e’ arrestata la crescita dell’aspettativa di vita anche se di pochi decimali, effetto questo dovuto secondo autorevoli studi da un lato all’inquinamento del pianeta (MITt, club di Roma 1972), dall’altro ad una minore attività di prevenzione anche se con evidenti differenze tra le singole regioni. In particolare la speranza di vita alla nascita per gli uomini si attesta a 80,2 anni mentre per le donne, notoriamente più longeve, a 84,8 anni. L’età media della popolazione è 44,6 anni. L’Italia rimane comunque la seconda nazione più vecchia del pianeta dopo il Giappone e la Toscana una delle regioni con maggiore aspettativa di vita.

Quindi dovremo concentrare l’attenzione su come il fenomeno si ripercuote su chi deve programmare e organizzare i servizi. Ci sono due aspetti su cui val la
pena di soffermarsi: L’attenzione al territorio, con una valenza che potremmo definire di tipo sociale Un’utenza che richiede alle RSA competenze sempre
più orientate ad una long term care extra ospedaliera seppur di tipo generico e non specialistico (cure intermedie, dimissioni difficili, demenze gravi, ecc.).
E, come risulta chiaro dalla tabella sotto riportata, la nostra zona risente in maniera notevolmente più marcata dell’invecchiamento della popolazione.

Quindi dobbiamo attrezzarci per essere in grado di dare risposte adeguate e appropriate. Ed e’ qui che entrano in gioco le Asp, quantomeno per le loro potenzialità.
Spesso le Asp vengono individuate come gestori pubblici di RSA: e’ vero che ad oggi sono in prevalenza questo (Santa Chiara nel panorama regionale rappresenta una delle poche eccezioni), ma non solo. Le Asp sono dei contenitori a disposizione di chi fa programmazione dei servizi sul territorio e il cui contenuto – potenziale – consiste in servizi sociali e sociosanitari alla persona, non solo RSA.
Fino ad oggi purtroppo e’ mancata, salvo alcune eccezioni, una vera programmazione territoriale così come sancita dall’art. 12 della l.r. 43/2004 (le Asp partecipano alla programmazione …).

Occorre sensibilizzare chi programma i servizi ad utilizzare le Asp. Senz’altro sarà necessaria una riforma della legge, per es. chi gestisce i servizi deve avere anche gli strumenti necessari per farlo in termini di operatività, ovvero strumenti che consentano flessibilità, tempi brevi di intervento, ovvero efficacia ed efficienza.
Abbiamo di fronte anche un problema di sostenibilità della spesa: il cambiamento dei bisogni di assistenza dovuti all’invecchiamento della popolazione, chiede sempre più risorse per le fasce più anziane e conseguentemente un ripensamento dei modelli di assistenza. 
Uno dei più conosciuti geriatri italiani, Marco Trabucchi, afferma che “non è necessario essere profeti per capire che le persone anziane ammalate saranno al centro delle dinamiche di risparmio perché fonte di alti costi, non sempre giustificati da risultati visibili”.

Lo stesso Mario Monti, quando era primo ministro, ha dichiarato che “se non si individueranno nuove modalità di finanziamento dei servizi e prestazioni la sanità pubblica e l’assistenza rischiano il collasso” lasciando intravedere la possibilità/necessità di inserimento di risorse private nella sanità pubblica.
Per il mondo della non autosufficienza queste parole non rappresentano certo una novità. Già negli anni â€™90 si guardava con un certo interesse al cosiddetto “modello tedesco” il quale, detto in estrema sintesi, prevede una ritenuta sui redditi da lavoro con la costituzione di un fondo da destinare al finanziamento della
futura non autosufficienza. Poteva essere una strada da seguire quando la situazione economica del paese lo consentiva, oggi sarebbe estremamente problematico.
E’ bene però ricordare come il peso finanziario dell’assistenza ai non autosufficienti ricada in prevalenza sulle famiglie: già nel 2015 si evidenziava che il numero delle badanti (790.000 più quelle non censite) aveva superato ampiamente il numero dei dipendenti del SSN (645.000).

Certo è che lo scenario si presenta alquanto complesso e delicato: se mettiamo insieme la sempre minore disponibilità di risorse pubbliche, le difficoltà economiche degli anziani e delle famiglie e un peso assistenziale sempre più forte dell’anziano in RSA o al domicilio, viene da chiedersi come si potrà sostenere già oggi e sempre di più in futuro un servizio di qualità alle persone non autosufficienti.
Naturalmente non ci sono ricette o soluzioni da proporre. Possiamo chiudere citando – provocatoriamente – un passaggio di un articolo della sociologa Chiara Saraceno apparso su La Repubblica: “C’è un enorme spazio di efficienza da recuperare ed anche di rigidità inutili e dannose da rompere. Il settore della non
autosufficienza è un caso esemplare, dove sanità e assistenza non si parlano e piuttosto scaricano l’una sull’altra le responsabilità per contenere i costi. Con il risultato che sono le famiglie a dover compensare le inefficienze quando non le totali mancanze”.
E su questo c’è senz’altro molto da riflettere.